Il buddhismo era il centro nascosto della sua vita: un modo di stare al mondo capace di accogliere ciò che arriva senza opporsi invano.
Non lo esibiva. Era una disciplina silenziosa, fatta di studio, di ritiri e di gesti quotidiani, che attraversava tutta la sua esistenza.
La sua pratica era cominciata nel buddhismo tibetano, all'Istituto Lama Tzong Khapa di Pomaia, tra lo stupa e la ruota delle preghiere.
Lì aveva preso il nome dharmico di Konchog e frequentava i ritiri, dove celebrava il Losar, il capodanno tibetano.
Più tardi si era avvicinato allo zen Sōtō, nella linea di Taisen Deshimaru — il maestro che portò questo zen in Europa, erede di Kōdō Sawaki.
Una pratica del corpo e del silenzio, fatta di zazen, di postura e di respiro: sedersi, semplicemente, e lasciar essere le cose.
Il 30 settembre 2023, durante un sesshin a Roma, ricevette l'ordinazione di bodhisattva. Gli fu dato il nome di Sho Ken.
Come vuole quella tradizione, aveva cucito con le proprie mani il kesa, l'abito del praticante: punto dopo punto, il tessuto a piccoli campi, come le risaie.
"Da buddhista accetto."Roberto
Lo diceva con una semplicità disarmante, perfino davanti alle prove più dure. In quella resa non c'era rassegnazione, ma una forma di libertà.
Il nome che ricevette, Sho Ken (松健), significa «pino robusto»: il pino che resta verde anche d'inverno, immagine di longevità e di tenacia silenziosa.
Konchog e Sho Ken, la via tibetana e lo zen: due strade, e un'unica pace con se stesso.
Tra le sue pratiche c'era lo shakyō, la copia a mano dei sutra. Aveva trascritto il Sutra del Cuore (Hannya Shingyō) su raffinata carta giapponese, parola per parola.
Un gesto di concentrazione e di cura, offerto come augurio di guarigione: non del corpo, ma della mente — quella che fa dimenticare i mali del fisico.